Oltre lo ius soli. 2014

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N. Pagine: 248
Collana: Rapporti IRPA 2014
Anno di pubblicazione: 2014
Materia: Diritto amministrativo
ISBN: 978-88-6342-687-8

 

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Descrizione

La cittadinanza italiana va riconosciuta a chi sia nato nel nostro paese da genitori stranieri? A quali condizioni? Con quali conseguenze per il controllo dell’immigrazione per l’identità nazionale?

Questi dubbi attraversano il dibattito domestico sulla cittadinanza e lo alimentano. Acquisita la consapevolezza che gli immigrati sono una componente strutturale della società italiana, ci si interroga sulla opportunità di modificare la disciplina vigente, prevista dalla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in senso più inclusivo verso i c.d. immigrati di seconda generazione.

L’assenza dello ius soli crea un evidente deficit di integrazione per chi sia nato (da genitori stranieri) e cresciuto in Italia. Tuttavia, il riconoscimento incondizionato della cittadinanza a chiunque nasca sul suolo italiano rischierebbe di incentivare l’immigrazione irregolare. Ci sono vie di uscita?

L’analisi comparata consente di individuare soluzioni equilibrate. In base al modello dello ius soli “temperato”, i figli di genitori stranieri possono acquisire la cittadinanza del paese di nascita a condizione che almeno un genitori vi soggiorni in modo regolare e permanente. Tale soluzione consentirebbe di integrare i “nuovi” italiani senza incoraggiare condotte opportunistiche da parte dei migranti.

L’indagine va, poi, oltre lo ius soli, segnalando altri due squilibri nella normativa vigente, troppo generosa con i discendenti degli emigrati e, per contro, non inclusiva verso gli immigrati stabilmente residenti.

Da un lato, contrariamente alla quasi totalità delle legislazioni straniere, la legge n. 91 del 1992 consente di trasmettere la cittadinanza per discendenza senza limiti temporali o generazionali. Il risultato è abnorme: esistono nel mondo decine di milioni di italiani “quiescenti”, cioè discendenti di emigrati italiani che, pur non avendo conservato un legame effettivo con la madrepatria degli avi, hanno diritto alla cittadinanza italiana.

Dall’altro lato, la naturalizzazione è configurata come procedura “a ostacoli”. Per richiedere la cittadinanza italiana, occorrono dieci anni di residenza: un tempo superiore alla maggior parte dei paesi di immigrazione, europei e non. Per di più, la procedura e i tempi di attesa sono molto lunghi. Così, molti stranieri restano tali, pur vivendo in Italia da più di un decennio.

Come rimediare?

Per lo ius sanguinis, la risposta che emerge dall’analisi è univoca. Quasi ovunque, nei paesi esaminati, la trasmissione per discendenza è limitata a una sola generazione: una regola semplice, che consentirebbe all’Italia di recuperare il controllo sull’estensione effettiva della sua popolazione.

In tema di naturalizzazione, l’indagine condotta suggerisce una riduzione della durata del periodo di residenza del necessario e il ripristino del “giusto procedimento”. Occorrerebbe, poi, riflettere sul significato che la concessione della cittadinanza ha assunto in molti paesi di immigrazione: non più premio per l’avvenuta assimilazione, ma incentivo al completamento di un processo di integrazione avviato.

Al fine di fornire un contributo organico al dibatto in corso, si analizza la disciplina dell’acquisto della cittadinanza nei tre modi richiamati – per nascita (ius soli), per discendenza (ius sanguinis) e per naturalizzazione (iure domicilii) – comparando i regimi di dieci ordinamenti. Sono esaminati, oltre all’Italia, sei paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Svezia, Austria), tutti caratterizzati da consistenti flussi migratori in entrata. A ciascun paese è dedicato un capitolo, nel quale sono illustrati: a) l’evoluzione della disciplina, b) la normativa vigente, c) la sua applicazione amministrativa e d) il relativo impatto, di cui si dà conto con dati e statistiche. Nel capitolo iniziale, si avanzano – sulla base dei risultati della comparazione – tre proposte di riforma.

Francesco Giovanni Albisinni è dottore di ricerca in Diritto amministrativo presso l’Università degli Studi Roma Tre.

Andrea Maria Altieri è dottorando di ricerca in Law and Economics presso l’Università di Siena.

Lorenzo Carbonara è dottorando di ricerca in Diritto amministrativo europeo dell’ambiente presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Bruno Carotti è dottore di ricerca in Diritto amministrativo presso l’Universtà “La Sapienza” di Roma.

Francesca Comanducci è dottoranda di ricerca in Diritti umani e diritti sociali fondamentali presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”.

Martina de Lucia è dottoranda di ricerca in Universalizzazione dei sistemi giuridici presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane (SUM) – Scuola Normale Superiore.

Fabio Di Cristina è dottore di ricerca in Diritto ed economia presso l’Università di Siena.

Elena Mitzman è assegnista di ricerca in Diritto amministrativo presso l’Università di Trento.

Marco Pacini è dottore di ricerca in Organizzazione e funzionamento della pubblica amministrazione presso l’Università di Roma “La Sapienza”.

Mario Savino è professore associato di Diritto amministrativo nell’Università della Tuscia.

Informazioni aggiuntive

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